Le elezioni di midterm arrivano con i Democratici avanti di 8,5 punti nel sondaggio generico sul Congresso, mentre il Senato resta una partita aperta
di Libby Cantrill, head of public policy di Pimco
Le elezioni di midterm di novembre rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato. Ai Democratici servono tre seggi netti per riprendersi la Camera e, se le condizioni restassero quelle di oggi, credo che ci riuscirebbero con facilità.

I due indicatori che contano alle elezioni di midterm
I Repubblicani hanno avuto più risorse finanziarie in questo ciclo elettorale e hanno sfruttato a proprio vantaggio la ridefinizione dei collegi. Nonostante questo, i Democratici restano avanti sui due parametri che storicamente anticipano il risultato del voto di metà mandato.
Il primo è il Generic Congressional Ballot, il sondaggio che misura come viene percepito un partito rispetto all’altro: qui il vantaggio democratico è di 8,5 punti. Il secondo è l’enthusiasm gap, cioè quanto un partito mobilita i propri elettori più dell’avversario, spesso un buon indicatore dell’affluenza: viene rilevato con minore frequenza, ma assegna ai Democratici un margine tra i 10 e i 15 punti. Sono valori coerenti con le cosiddette elezioni a ondata. Vale la pena notare che nel 2022, quando il consenso prevedeva una ondata rossa repubblicana, nessuno dei due indicatori segnalava un’ondata.
Quanti seggi possono conquistare i Democratici alla Camera? Le stime degli analisti vanno da un minimo di otto a un massimo di 40. Più ampio sarà il margine, più facile sarà il compito del probabile prossimo presidente della Camera, Hakeem Jeffries, che potrebbe fare a meno dei voti dell’ala più estrema del partito. Una maggioranza larga, soprattutto se accompagnata dal ribaltamento del Senato, apre anche allo scenario di una spesa pubblica più alta, perché i Democratici avrebbero maggiore potere negoziale sul tetto del debito.
Il Senato resta la partita aperta
Al Senato si rinnova soltanto un terzo dei seggi e la partita è più incerta, anche se molti analisti elettorali stimano sopra il 50% la probabilità di un ribaltamento, come fanno i mercati delle previsioni. Se si trattasse davvero di un’elezione a ondata, i Democratici sarebbero in buona posizione per conquistarlo, sia pure con uno o due seggi di vantaggio.
Il compito, però, non è semplice: servono quattro seggi netti in territori di forte sostegno a Trump, come Texas, Alaska, Ohio e Iowa, difendendo al tempo stesso quelli più esposti in New Hampshire, Michigan, Minnesota e Georgia. Gran parte dei sondaggi nei collegi contesi rientra nel margine di errore e qualcuno si è mosso a favore dei Repubblicani da quando i prezzi della benzina hanno cominciato a scendere. Pochi candidati democratici, inoltre, hanno superato la soglia del 50% nei sondaggi: negli Stati più conservatori, quindi, è possibile un ritorno degli elettori repubblicani verso il candidato del proprio partito.
C’è però un indizio che va nella direzione opposta: è interessante osservare dove il presidente Trump sta trascorrendo il suo tempo. Questa settimana si trova in Iowa, Alaska, Kansas e Carolina del Sud, Stati in cui ha vinto tre volte, nella maggior parte dei casi con un margine a doppia cifra. Un segnale che i sondaggi interni su quelle corse senatoriali non devono essere particolarmente favorevoli.
E se i sondaggi sbagliassero
Il rischioIl rischio finanziario è la possibilità che un investimento ... Leggi di un errore sistematico esiste sempre, e sappiamo che tra i Repubblicani il tasso di mancata risposta è più alto. I sondaggisti ne sono consapevoli e correggono il modello degli elettori probabili, ma stimare l’affluenza resta un misto di arte e scienza. Nelle elezioni di metà mandato, va detto, quei modelli hanno funzionato più spesso di quanto abbiano sbagliato: semmai hanno sottostimato di poco i Democratici.
Anche di fronte a un errore grave, dell’ordine di quattro punti, il vantaggio nel Generic Ballot resterebbe sufficiente a far conquistare la Camera ai Democratici, che in quello scenario però perderebbero il Senato. Naturalmente è possibile anche un errore di segno opposto.
Perché conta poco per le leggi e molto per il 2028
Qualunque sia il numero di seggi conquistati, i provvedimenti approvati dalla Camera saranno più simbolici che sostanziali: Trump resta alla Casa Bianca con il potere di veto e la maggior parte dei disegni di legge ha comunque bisogno di 60 voti al Senato. Questo non impedirà ai Democratici di votare testi di bandiera, concentrati soprattutto sul potere d’acquisto, con un’enfasi particolare sulla sanità, sui dazi, sui data center e sulla guerra con l’Iran.
Più rilevante è il potere di controllo. Riconquistando una delle due camere, i Democratici potrebbero emettere mandati di comparizione e costringere a testimoniare o a produrre documenti. Le commissioni si muoverebbero su un ventaglio ampio di temi, dall’Iran al caso Epstein, dall’uso di alcune disposizioni fiscali da parte dei data center alle accuse di arricchimento rivolte alla famiglia del presidente. Nulla di tutto questo cambia la politica economica, ma costruisce una piattaforma in vista del ciclo elettorale del 2028.
La differenza tra un Congresso diviso e una vittoria piena dei Democratici, in termini di politiche concrete, è dunque minore di quanto si pensi. Il controllo di entrambe le camere, però, darebbe più forza nella battaglia sul tetto del debito del 2027, che paradossalmente potrebbe tradursi in più spesa anziché meno, e permetterebbe di bloccare le nomine giudiziarie proposte dalla Casa Bianca. Trump manterrebbe in ogni caso i poteri unilaterali su dazi, sanzioni, immigrazione e controlli sulle esportazioni.