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Tassi Fed, l’inflazione chiude la porta ai tagli

Il sigillo della Federal Reserve su una banconota da cento dollari

Sui tassi Fed il mercato prezza all’87% un rialzo di 25 punti base. Con l’inflazione americana al 3,4% e il petrolio a 108 dollari il margine per allentare non c’è

di Anthony Willis, senior economist di Columbia Threadneedle Investments

Sui tassi Fed il mercato ha smesso di avere dubbi. Dopo l’ultima rilevazione dell’inflazione statunitense le attese si sono spostate con decisione verso un ulteriore rialzo di 25 punti base nella prossima riunione di politica monetaria.

Anthony Willis, senior economist di Columbia Threadneedle Investments
Anthony Willis, senior economist di Columbia Threadneedle Investments

È il segnale di una rivalutazione più ampia del rischio inflazionistico. La Bce ha già proceduto a un ulteriore inasprimento e Christine Lagarde ha ribadito che i tassi potrebbero dover restare più alti più a lungo finché le pressioni sui prezzi persistono. Un messaggio che ha rilevanza anche fuori dall’Europa.

Che cosa dicono i dati sui tassi Fed

Per gli investitori professionali la questione non è semplicemente se l’inflazione stia scendendo, ma se stia rallentando a un ritmo sufficiente da consentire alle banche centrali di sospendere con fiducia l’inasprimento. Gli ultimi dati dicono che quella soglia non è stata raggiunta.

I numeri diffusi la scorsa settimana mostrano un’inflazione statunitense al 3,4% su base annua, con progressi limitati anche guardando al dettaglio. A questo si aggiungono materie prime in rafforzamento, con il petrolio intorno ai 108 dollari al barile, e un’incertezza geopolitica in Medio Oriente che non accenna a rientrare.

Anche la comunicazione delle banche centrali ha posto l’accento su credibilità e perseveranza. Al simposio di Jackson Hole, Kevin Warsh, presidente della Fed, ha avvertito che l’inflazione è stata troppo alta per troppo tempo, segnalando una tolleranza limitata verso ulteriori ritardi nel processo di disinflazione.

I mercati si sono adeguati rapidamente. Prima di Jackson Hole le attese di un rialzo a settembre erano sensibilmente più basse; entro la fine della scorsa settimana le probabilità implicite nei prezzi erano salite fino a un picco intorno al 93%, per poi ridimensionarsi a circa l’87 per cento.

87%
La probabilità che il mercato assegna a un rialzo dei tassi di 25 punti base nella prossima riunione della Fed

Il circolo vizioso che passa dai bond

Ne deriva un meccanismo complesso. Un’inflazione persistente, alimentata dal rischio geopolitico e dai prezzi più elevati delle materie prime, limita i margini delle banche centrali per assumere un orientamento più accomodante. E le attese di tassi più alti più a lungo accentuano a loro volta la volatilità del mercato obbligazionario.

È un elemento destinato a restare centrale nelle economie in cui politica fiscale e fiducia dei mercati sono strettamente collegate. La Francia ne è un esempio, con negoziati di bilancio che saranno oggetto di un attento scrutinio da parte degli investitori. Anche il Regno Unito finirà sotto i riflettori in vista del budget di fine ottobre. In entrambi i casi costi di finanziamento più elevati aumentano la sensibilità dei mercati alle decisioni di bilancio.

Che cosa significa per chi investe in azioni

Le implicazioni sono contrastanti. Rendimenti obbligazionari più alti offrono un’alternativa più attraente rispetto all’azionario e possono comprimere le valutazioni, in particolare nei segmenti più sensibili ai tassi. La volatilità dei bond può inoltre propagarsi alle azioni, man mano che gli investitori rivedono tassi di sconto, tenuta degli utili e sostenibilità fiscale.

Il quadro economico, però, resta relativamente solido. Offre alla Fed margine per un ulteriore inasprimento, mentre gli utili aziendali hanno generalmente tenuto.

La conclusione sul piano degli investimenti è quella di un adattamento, più che di pessimismo assoluto. Le banche centrali restano concentrate sul controllo dell’inflazione, anche a costo di mantenere una politica restrittiva più a lungo: il contesto macroeconomico non è uniformemente negativo, ma i mercati potrebbero dover continuare a riprezzare uno scenario di tassi alti più a lungo.

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