Una valuta rifugio è quella che tende ad apprezzarsi quando i mercati vanno in tensione, indipendentemente da dove sia nato il problema. Il gruppo è ristretto e da decenni quasi invariato: dollaro statunitense, franco svizzero e yen giapponese.
Una valuta rifugio non si riconosce dai conti pubblici
Il caso giapponese lo dimostra. Il Giappone convive con il debito pubblicoIl debito pubblico è l’insieme dei titoli e prestiti cont... Leggi più alto fra le economie avanzate e con una crescita modesta, eppure lo yen si rafforza puntualmente nelle fasi di panico. Se contasse il bilancioIl bilancio è il documento contabile che riassume la situaz... Leggi dello Stato, quella valuta sarebbe fra le prime a essere venduta.
A contare sono altri tre elementi. Il primo è la profondità del mercato dei titoli denominati in quella moneta, che consente di far entrare capitali ingenti senza far esplodere i prezzi. Il secondo è la posizione netta sull’estero: il Giappone è creditore del resto del mondo, e nelle crisi i suoi investitori rimpatriano capitali, comprando yen. Il terzo è la libertà di movimento dei capitali, senza controlli che possano bloccare l’uscita nel momento peggiore.
Uno status che si può perdere
La condizione di rifugio non è una proprietà permanente della moneta, ma un comportamento che il mercato le attribuisce e che può cambiare. Quando la tensione nasce dentro l’economia che emette quella valuta, il meccanismo si inceppa: un dollaro indebolito da timori sulla traiettoria del debito statunitense smette di comportarsi da rifugio proprio mentre i mercati lo cercherebbero.
Va aggiunto che l’apprezzamento non è un beneficio per tutti. Una valuta forte penalizza gli esportatori del Paese che la emette, e per chi investe all’estero significa che i guadagni realizzati in un’altra moneta si assottigliano una volta riportati in casa.