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Stretta della Fed, il vero segnale è il voto unanime

Stretta della Fed, inflazione e tassi di interesse

Sulla stretta della Fed il dato nuovo non è il rialzo di 25 punti base, già prezzato dal mercato, ma l’unanimità del board dopo mesi di divisioni

di Donatella Principe, head of global strategy di Intermonte

Nel meeting di settembre la Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, per la prima volta dopo tre anni, portando il costo del denaro nella forchetta compresa tra il 3,75% e il 4%. Il mercato aveva ormai prezzato il rialzo come certo, ma la riunione non è stata un semplice passaggio tecnico.

Donatella Principe, head of global strategy di Intermonte
Donatella Principe, head of global strategy di Intermonte

Dopo Jackson Hole, Warsh aveva lasciato alla Fed pochi margini per sorprendere. Più che le pressioni di Trump, a pesare sono stati l’evidenza dei dati e i segnali del mercato: inflazione ancora alta, economia solida e bond vigilantes pronti a punire ogni esitazione.

Perché la stretta della Fed non è un test sull’indipendenza

La decisione appare meno come una prova di forza sull’autonomia della banca centrale e più come la presa d’atto di un problema diventato difficile da ignorare. Lo stesso Warsh ha definito l’inflazione insieme «una scelta» e «un problema»: ora la Fed ha scelto di affrontarlo.

La vera notizia, semmai, è l’unanimità del voto, dopo una lunga fase segnata da divisioni interne al board. Un consenso pieno pesa più di un quarto di punto.

La priorità è la stabilità dei prezzi

Nel doppio mandato della Fed, Warsh ha indicato una gerarchia chiara. Il mercato del lavoro viene giudicato forte, mentre l’inflazione resta elevata e rischia di restare sopra il target fino al 2028.

I dots segnalano prudenza: non un rialzo isolato, ma neppure una Fed convinta ad aprire una nuova stagione restrittiva. Il mercato ora sconta un altro intervento entro fine anno, con ottobre incerto e dicembre quasi acquisito.

Falco o colomba

Resta un dubbio di fondo, e non è accademico. Si può leggere una Fed-colomba, che reagisce debolmente nonostante la forza dell’economia e la persistenza dell’inflazione. Oppure una Fed-falco, che non prevede tagli nel 2027 e di fatto conferma uno scenario di tassi più alti più a lungo.

Per chi costruisce un portafoglio la differenza non è di sfumatura: nel secondo caso il costo del denaro resta un vincolo per anni, non per mesi.

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