Il target price è il prezzo che un analista ritiene coerente con il valore di una società, sulla base delle proprie stime sui conti futuri. Non è una previsione su dove andrà il titolo, ma una misura di quanto quel titolo dovrebbe valere se il mercato arrivasse alle stesse conclusioni di chi ha scritto la ricerca.
Target price e raccomandazione sono due cose distinte
La raccomandazione, che nella prassi anglosassone si articola in acquistare, mantenere e vendere, non nasce dal target price in assoluto ma dalla distanza fra quel numero e la quotazione corrente. Ne deriva una conseguenza che spiazza chi legge soltanto i titoli: due analisti possono fissare lo stesso prezzo obiettivo e formulare giudizi opposti, perché hanno aggiornato la ricerca in giorni diversi, con il titolo a livelli diversi.
Conta poi l’orizzonte, che nella quasi totalità dei casi è di dodici mesi e raramente viene richiamato nelle sintesi che circolano. Un prezzo obiettivo del 20% superiore alle quotazioni non indica un guadagno imminente, ma il punto di arrivo di un percorso annuale, che può includere mesi in direzione contraria.
Chi scrive la ricerca e chi la paga
La copertura di un titolo nasce da una scelta commerciale dell’intermediario, che investe risorse dove prevede attività di negoziazione o rapporti con l’emittente. Sulle società di dimensione ridotta accade spesso che la ricerca sia prodotta dallo stesso operatore che ne è anche specialist, cioè l’intermediario incaricato dalla società di sostenerne la liquiditàLa liquidità indica la facilità con cui un’attività pu... Leggi sul mercato.
La normativa europea impone di dichiarare questi rapporti in calce a ogni ricerca, insieme alla distribuzione storica delle raccomandazioni emesse. È la parte che quasi nessuno legge, e insieme quella che consente di capire quanto pesi il giudizio: un ufficio studi in cui i «vendere» sono una frazione minima del totale sta usando una scala diversa da quella che le tre parole suggeriscono.