Materie prime

Prezzo del petrolio, il percorso che porta un barile dentro l’inflazione

Pistola di rifornimento carburante inserita in un'automobile

Come il prezzo del petrolio si trasmette all’inflazione, attraverso quali passaggi e con quali tempi arriva ai prezzi al consumo

Fra il prezzo del petrolio quotato a Londra (il Brent) e il numero che l’Istat pubblica ogni mese ci sono almeno quattro passaggi, e ciascuno di essi assorbe o amplifica una parte del movimento. È il motivo per cui un barile che rincara del 30% non produce mai un’inflazione più alta del 30 per cento.

A settembre 2026, il Brent è risalito oltre i 105 dollari al barile dopo aver toccato quota 110 in seduta. Nelle sue proiezioni, la Banca centrale europea colloca lo scenario centrale intorno a 88 dollari al barile per il quarto trimestre, ipotizzando uno scenario severo a 132 dollari in cui l’inflazione dell’area salirebbe al 5,4% nel 2027 contro il 2,5% del quadro base.

Dal greggio al carburante, il primo filtro

Il petrolio non si consuma come esce dal pozzo. Fra il barile e il serbatoio c’è la raffinazione, e il margine che separa il prezzo del greggio da quello dei prodotti finiti si muove per conto proprio: dipende dalla capacità disponibile degli impianti, dalle manutenzioni programmate e dalla domanda relativa di benzina, gasolio e cherosene.

Ne consegue che il rincaro del greggio può arrivare alla pompa amplificato, se nello stesso periodo la capacità di raffinazione è tesa, oppure attenuato, se i margini erano partiti da livelli elevati e si comprimono. Guardare soltanto la quotazione del Brent porta a previsioni sbagliate con una certa regolarità.

Le accise, il cuscinetto che smorza il prezzo del petrolio

Il secondo filtro è fiscale, e in Italia è il più potente di tutti. Su un litro di benzina la componente industriale, quella che risente davvero del greggio, pesa per circa un terzo del prezzo finale. Il resto sono accise, che è un importo fisso per litro, e Iva, che si calcola anche sulle accise.

L’aritmetica di quella struttura ha un effetto preciso: poiché le accise non variano al variare del greggio, un rincaro del 30% sul barile si traduce in un aumento molto più contenuto alla pompa. Lo stesso meccanismo funziona al contrario quando il petrolio scende, e spiega perché i cali del greggio arrivino al distributore sempre più smorzati di quanto si vorrebbe.

Il passaggio al resto dell’economia, che è il vero interrogativo

Finora abbiamo parlato di effetti diretti, quelli che entrano nell’indice dei prezzi attraverso le voci energia e carburanti. Sono visibili subito e si esauriscono da soli dopo dodici mesi, quando il confronto statistico avviene con un livello già alto.

Gli effetti indiretti sono più lenti e molto più insidiosi. Il petrolio entra nel costo del trasporto merci, nella plastica, nei fertilizzanti, nel riscaldamento dei capannoni. Le imprese assorbono quei rincari nei margini per qualche trimestre, poi li scaricano sui listini. Quando accade, il rincaro non riguarda più soltanto l’energia ma il prezzo di beni e servizi che con il petrolio sembravano non avere alcun rapporto.

Il dato statunitense di agosto 2026 offre un esempio del modo in cui si legge questo passaggio. I prezzi alla produzione sono saliti dello 0,4% nel mese, ma la composizione racconta due storie diverse: i beni finali hanno segnato un più 1,1%, i servizi soltanto un più 0,1 per cento. Lo shock, in altri termini, stava ancora premendo sulla parte più esposta all’energia senza essersi diffuso al resto.

Perché le banche centrali guardano altrove

Un rincaro del greggio è uno shock di offerta, e un aumento dei tassi non riporta il petrolio a terra. Alzare il costo del denaro per rispondere a un barile più caro significa raffreddare la domanda interna per compensare un’inflazione che nasce fuori dai confini, con un costo in termini di crescita e di occupazione.

È questa la ragione per cui l’attenzione si concentra sull’inflazione core, quella calcolata escludendo energia e alimentari freschi. Non perché il carburante non conti per chi lo compra, ma perché la componente energetica rientra da sola una volta assorbito lo shock, mentre la parte core dice se il rincaro si sta radicando nelle aspettative e nella formazione dei salari.

La soglia oltre la quale l’atteggiamento cambia è proprio quella. Finché il core resta stabile, uno shock petrolifero viene trattato come un episodio. Quando il core comincia a muoversi insieme all’energia, la banca centrale interviene, perché a quel punto non sta più rispondendo al petrolio ma alla sua trasmissione al resto dei prezzi.

Torna a «Terre rare, che cosa sono e in che modo entrano in un portafoglio»

Commenta

Articoli correlati

Terre rare, che cosa sono e in che modo entrano in un portafoglio

Andrea Dragoni
UA-69141584-2