Pianificazione e patrimonio

Capital market assumptions, le stime con cui i gestori ipotizzano i rendimenti dei prossimi quindici anni

Orologio e scorrere del tempo

Le capital market assumptions, che molti gestori aggiornano ogni anno, servono a decidere come ripartire un portafoglio tra azioni, obbligazioni e altre attività, ma restano stime con margini d’errore molto ampi

Le capital market assumptions sono le stime di rendimento, rischio e correlazione che una società di gestione formula per ciascuna classe di attività su un orizzonte lungo, di solito da dieci a quindici anni. Non sono previsioni di mercato: servono come punto di partenza per costruire un portafoglio.

A che cosa servono

Chi imposta un’asset allocation, cioè la ripartizione del capitale tra azioni, obbligazioni, liquidità e altre attività, ha bisogno di ipotesi su quanto ciascuna componente potrà rendere e quanto potrà oscillare. Le stime servono a confrontare scenari, a verificare se un obiettivo di rendimento è realistico e a capire quanto rischio sia necessario per raggiungerlo. Molte società le pubblicano ogni anno e le rivedono quando cambiano tassi e valutazioni.

Come si costruiscono le capital market assumptions

Il metodo più diffuso scompone il rendimento in componenti, un approccio detto building block. Per le azioni si sommano il rendimento da dividendo, la crescita degli utili e la variazione delle valutazioni, cioè del prezzo che il mercato accetta di pagare per ogni euro di utile. Per le obbligazioni il punto di partenza è il rendimento a scadenza di oggi, da cui si sottraggono le perdite attese per insolvenze. A queste stime si aggiungono volatilità e correlazioni, cioè quanto le diverse attività tendono a muoversi insieme.

Un esempio con numeri
Un’obbligazione decennale senza rischio di insolvenza che oggi rende il 4 per cento annuo, tenuta fino alla scadenza, produce in dieci anni un rendimento vicino al 4 per cento annuo, qualunque cosa accada ai tassi nel frattempo. Per un’azione con dividendo del 2 per cento e utili in crescita del 4 per cento il calcolo dà circa il 6 per cento annuo, a valutazioni invariate. Se le valutazioni scendessero di un quinto nell’arco del decennio, il rendimento calerebbe a circa il 3,7 per cento annuo. Le cifre sono di fantasia e servono solo a mostrare il meccanismo.

Perché il punto di partenza conta

Quando le valutazioni sono alte, il rendimento atteso dei prossimi anni tende a essere più basso, perché la componente di rivalutazione rischia di diventare negativa. Quando i tassi sono alti, invece, le obbligazioni partono con un vantaggio. Per questo le stime cambiano da un anno all’altro e fanno riferimento a un orizzonte lungo: nel breve periodo i mercati si muovono per ragioni che nessun modello coglie.

I limiti da conoscere

Le stime sono ipotesi e l’errore può essere ampio, soprattutto per le azioni. Società diverse arrivano a numeri differenti, perché partono da ipotesi diverse su crescita, inflazione e valutazioni. Le stime riguardano una media di mercato: il rendimento effettivo di un singolo investitore dipende anche da costi, tasse e momento di ingresso. Vanno lette come un ordine di grandezza per ragionare sul lungo periodo, non come una promessa.

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