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Mid e small cap italiane, ora conta la selezione

Palazzo Mezzanotte, sede di Piazza Affari a Milano

Le mid e small cap italiane arrivano ai conti del terzo trimestre con valutazioni a sconto rispetto alle large cap, ma con i tassi in risalita a fare la differenza sarà la qualità dei bilanci

di Andrea Randone, responsabile della ricerca mid small cap di Intermonte Le mid e small cap italiane affrontano la stagione delle trimestrali nella posizione più scomoda possibile. Si comportano storicamente come titoli growth, e uno scenario di tassi in salita le penalizza per costruzione. Il contesto resta dominato da un’inflazione statunitense che continua a sorprendere al rialzo e dall’attesa di una stretta della Federal Reserve, resa più delicata dalla vicinanza delle elezioni di medio termine di inizio novembre.
Andrea Randone, Intermonte
Andrea Randone, responsabile della ricerca mid small cap di Intermonte
Sul fronte azionario crescono i dubbi su chi beneficerà davvero degli investimenti in intelligenza artificiale e su come verranno finanziati. Il Fondo monetario internazionale ha rivisto al rialzo la crescita globale, sopra il 3 per cento sia nel 2026 sia nel 2027, ma ha alzato per la seconda volta consecutiva anche le stime di inflazione.

Perché le mid e small cap italiane soffrono i tassi

In una fase di incertezza come questa gli investitori si spostano sui titoli di qualità: società con un reale pricing power, capaci di difendere le stime di generazione di cassa. È esattamente il filtro con cui guardiamo al segmento domestico. I numeri dell’ultimo mese raccontano un mercato in frenata. L’indice azionario italiano, ai prezzi del 16 ottobre, ha perso il 3,8%, pur restando in rialzo del 10% da inizio anno. Il FTSE Italy Mid-Cap ha guadagnato lo 0,8%, battendo il listino principale di 4,6 punti, ma resta indietro del 7,1% su base relativa da gennaio. Le small cap hanno fatto peggio: meno 4,6% nel mese e meno 11,2% relativo da inizio anno.
Il nostro panel di mid e small cap tratta a un premio del 21% sulle large cap: in linea con la media storica, ma sopra il 13% di un mese fa

Che cosa dicono le valutazioni

Da inizio 2026 abbiamo rivisto al rialzo dell’1,9% e del 4,1% le stime sugli utili per azione 2026 e 2027. Escludendo i titoli energetici, però, quelle stesse revisioni diventano meno 2,7% e più 1,1%. Nell’ultimo mese, sulla nostra copertura di mid e small cap, il segno è tornato negativo: meno 0,8% sul 2026 e meno 1,0% sul 2027. Il confronto fra performance e revisioni delle stime racconta un re-rating diffuso: 8,3% per i titoli del FTSE Mib, 8,6% per le mid cap, 9,2% per le small cap. Il premio sul rapporto prezzo/utili rispetto alle large cap è risalito al 21%, dal 13% di un mese prima. Resta comunque spazio per comprare società solide a multipli ragionevoli.

Dove guardiamo adesso

La selettività è la variabile decisiva in vista dei conti del terzo trimestre, che saranno un banco di prova serio. Privilegiamo tre direzioni: alcuni industriali esposti a trend strutturali come i data center e l’elettrificazione, alcune società tecnologiche attive nei servizi, alcuni titoli del comparto farmaceutico e medicale. Il denominatore comune è sempre lo stesso: basso livello di indebitamento, forte generazione di cassa, capacità di trasferire sui prezzi l’aumento dei costi. Sono le tre caratteristiche che distinguono una società di qualità da una semplicemente a buon mercato.

La liquidità che torna

Un segnale incoraggiante arriva dagli scambi. La liquidità delle large cap nell’ultimo mese è scesa del 5,3% rispetto a un anno fa, ma resta in crescita del 13,6% da inizio anno. Sulle mid e small cap il quadro è più positivo: dall’1 gennaio 2026 gli scambi sono saliti del 35% su base annua per le mid cap e del 14,8% per le small cap. È il presupposto perché il segmento torni investibile anche per chi, negli anni scorsi, se ne era allontanato proprio per la difficoltà di entrare e uscire dalle posizioni.

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