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Etf spaziale, ora si può investire da Piazza Affari

Lancio di un razzo, economia spaziale ed Etf tematici

L’Etf spaziale di Global X arriva su Borsa Italiana con un costo dello 0,50% annuo e un paniere riservato alle società che dallo spazio ricavano almeno metà del fatturato

L’Etf spaziale è arrivato a Piazza Affari. Da giovedì 24 settembre si può comprare in euro, con un solo ordine, un paniere di società che vivono di razzi, satelliti e infrastrutture orbitali. Il costo è dello 0,50 per cento all’anno.

A quotarlo è Global X Etfs Europe, che ha portato il Global X Space Tech Ucits Etf (ticker LUNA) sul segmento ETFplus di Borsa Italiana e sulla Six Swiss Exchange. Lo stesso fondo era già stato ammesso alle negoziazioni a luglio sul London Stock Exchange e su Deutsche Boerse Xetra.

Che cosa c’è dentro il paniere

L’Etf replica il Mirae Asset Space Tech Ucits Index, un indice costruito sui ricavi. Dentro finiscono soltanto le società dei mercati sviluppati ed emergenti che ottengono almeno il 50% del fatturato da attività legate allo spazio: lancio e sistemi riutilizzabili, comunicazioni satellitari e servizi dati, componentistica, trasporto ed esplorazione.

È una scelta che esclude i colossi industriali con una divisione spaziale marginale accanto a decine di altri business. Il filtro, in gergo, si chiama pure-play.

«Il continuo sviluppo dell’economia spaziale sta ampliando il ventaglio di opportunità per gli investitori, con un numero crescente di società quotate che generano una quota significativa dei propri ricavi da attività legate allo spazio – spiega Gea Blumberg, co-head e head of business development di Global X Etfs Europe -. LUNA è concepito per fornire un’esposizione mirata a questo tema attraverso una metodologia pure-play».

Quanto costa

Il Ter (total expense ratio) è fissato allo 0,50%. Su un investimento da 5mila euro significa 25 euro di commissioni ogni dodici mesi, a cui si aggiungono i costi di negoziazione applicati dalla banca o dalla piattaforma. È una cifra in linea con gli altri Etf tematici quotati in Italia, più alta rispetto ai prodotti che replicano gli indici azionari globali, dove si scende sotto lo 0,20 per cento.

0,50% il costo annuo dell’Etf spaziale, pari a 25 euro l’anno su 5mila euro investiti

Perché lo spazio interessa adesso

La ragione sta nei costi. Portare un chilogrammo in orbita terrestre bassa costava 54mila dollari ai tempi dello Space Shuttle, oggi ne costa circa 2.700: il crollo è l’effetto dei razzi parzialmente riutilizzabili. SpaceX, che ad agosto ha effettuato la centesima missione del 2026, trasporta oggi il 90% del carico che arriva in orbita, contro circa il 5% di dieci anni fa.

Il calo dei prezzi ha reso possibili attività che prima non stavano in piedi dal punto di vista economico. Secondo l’analisi di Michael Beckwith, equity portfolio manager di Capital Group, il settore vale 630 miliardi di dollari e potrebbe arrivare a 1.800 miliardi entro il 2035, stando alle stime del Forum economico mondiale.

La parte più redditizia, avverte Beckwith, non è nel lancio ma nei servizi a valle: comunicazioni, osservazione della Terra, logistica, navigazione, difesa. La banda larga satellitare, dove Starlink domina con oltre 6.000 satelliti in orbita bassa, potrebbe valere circa 40 miliardi entro il 2030.

I rischi da mettere in conto

Un Etf tematico non è un fondo diversificato. Il paniere è concentrato su poche decine di titoli legati alla stessa dinamica industriale e reagisce bruscamente ai cambi di umore del mercato, come hanno mostrato le montagne russe dei tematici sulle energie rinnovabili negli ultimi anni.

C’è poi una questione di tempi. Alcune delle applicazioni più raccontate, dalla produzione in microgravità ai voli suborbitali per passeggeri, restano lontane: Beckwith le colloca in un orizzonte compreso tra dieci e trent’anni. Anche i data center in orbita, il filone oggi più discusso perché incrocia l’intelligenza artificiale, dipendono dal successo di Starship, il razzo interamente riutilizzabile ancora in fase di test.

Per un risparmiatore comune la regola di buon senso resta quella valida per tutti i tematici: una quota contenuta del portafoglio, da affiancare al nucleo diversificato e non da sostituire.

Per approfondire

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