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Fragile Seven, ora il debito fragile è quello del G7

Fragile Seven al posto dei Fragile Five del 2013: il Fondo monetario avverte che oggi i Paesi avanzati sono i più indebitati, con Stati Uniti e Francia nella posizione più critica

di Donatella Principe, head of Global Strategy di Intermonte

Fragile Seven è l’etichetta che oggi si attaglia al G7 molto più che ai cinque emergenti del 2013. Il prezzo dell’energia è tornato a salire, con il Brent vicino ai 106 dollari al barile, e il debito dei Paesi avanzati è diventato il vero punto debole dell’economia globale.

Dai Fragile Five ai Fragile Seven

Anticipando i contenuti del rapporto, la direttrice del Fondo monetario internazionale (Fmi) ha parlato di una crescita globale molto disomogenea, che dipende dall’esposizione di ciascun Paese allo shock energetico. Ha anche richiamato l’attenzione sul debito: oggi i Paesi sviluppati risultano più indebitati e spesso più fragili di quelli emergenti.

Donatella Principe, head of Global Strategy di Intermonte

Il paragone con i Fragile Five del 2013, cioè Brasile, India, Indonesia, Sudafrica e Turchia, viene da sé. Ci si chiede se non si debba parlare piuttosto di Fragile Seven del G7, con Stati Uniti e Francia nella posizione più critica. Secondo il Fmi la crescita del Pil non basta più a contenere il debito: serve un consolidamento fiscale.

Sul fronte monetario la direttrice ha criticato i monetary cowboys. Le banche centrali devono smettere di sostenere i governi sul debito e concentrarsi sulla stabilità dei prezzi, mantenendo un orientamento restrittivo e comunicando in modo chiaro i propri obiettivi.

L’energia che fa saltare le stime

Alla nuova escalation militare nel Golfo, che ha ridotto ai minimi il transito delle navi attraverso Hormuz, si è aggiunto l’uragano Isaia, che minaccia impianti del Golfo del Messico per circa mezzo milione di barili al giorno.

Il rincaro dell’energia in corso dall’estate rende irrealistiche le stime di crescita diffuse a luglio dal Fmi, che il 13 ottobre aggiornerà il World Economic Outlook. Quelle stime ipotizzavano un petrolio a 89 dollari nel 2026 e a 78 nel 2027. Il prezzo medio di quest’anno è invece vicino a 93 dollari, il 32% sopra i livelli prebellici, e il mercato sconta 91 dollari per il 2027.

Il prezzo medio del petrolio nel 2026 è del 32% superiore ai livelli prebellici, contro gli 89 dollari ipotizzati a luglio dal Fondo monetario

I Treasury e l’economia reale

Il rendimento del Treasury decennale ha toccato il 5,35% e quello trentennale il 5,73%, prima di ripiegare. Il buyback da 6 miliardi del Tesoro ha avuto un peso limitato: hanno contato di più le aste ben accolte su dieci e trent’anni, con circa tre quarti dell’offerta del trentennale andata a investitori esteri, che erano stati venditori netti negli ultimi tre mesi.

Gli effetti sull’economia reale sono evidenti. Il tasso sui mutui è al 7,4%, il massimo dall’insediamento di Trump, il gallone di benzina è passato da 3,50 a 5,20 dollari e quello di diesel da 3,80 a 6,30. Intanto crescono le probabilità che i Democratici conquistino sia la Camera, al 91%, sia il Senato, al 64% contro circa un terzo a inizio anno.

Inflazione attesa e rischio stagflazione

La Fed di New York rileva aspettative di inflazione al 3,9% a un anno, il massimo da maggio 2023, e al 3,25% a tre anni. L’indice dei prezzi al consumo della prossima settimana è atteso in salita dal 3,4% al 3,6%, mentre la crescita dei salari rallenta al 3 per cento.

Il mercato del lavoro manda segnali contrastanti: il job report di qualche giorno fa è stato debole in tutte le sue componenti, mentre le richieste di nuovi sussidi di disoccupazione, 197mila, sono tra le più basse degli ultimi sessant’anni. L’indice di Oxford Economics sul rischio di stagflazione, costruito sul linguaggio della banca centrale, è ai massimi dal 2007 e supera i livelli del 2022, quando l’inflazione era vicina al 9 per cento.

Le minute confermano la propensione a nuovi rialzi. Il mercato ne sconta uno a dicembre e due nel 2027, contro l’unico indicato dai dot plot: per il mercato la Fed resta dietro la curva.

Utili e intelligenza artificiale

La stagione delle trimestrali è partita con attese di crescita degli utili del 25,9%. Sarebbe il nono trimestre consecutivo a doppia cifra, con valutazioni a 19 volte gli utili, sotto le medie a cinque e dieci anni.

Restano però i dubbi sull’intelligenza artificiale. Morgan Stanley stima 1.500 miliardi di dollari di fabbisogno di finanziamento esterno in due anni, in una fase di costo del capitale crescente. OpenAI ha ridotto le stime di ricavi annualizzati da 70 a 50 miliardi e l’australiana Firmus ha rinunciato all’Ipo a favore di una raccolta privata. Con attese così elevate è facile deludere.

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