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Gestione attiva, perché battere l’indice resta un’impresa

Postazione di trading con schermi e grafici di mercato

La gestione attiva promette di fare meglio del mercato, ma la maggior parte dei fondi non ci riesce. Non per incapacità dei gestori: per un vincolo aritmetico che agisce prima ancora delle commissioni.

Il punto di partenza è una dimostrazione che l’economista William Sharpe mise nero su bianco nel 1991. Tutti i titoli di un mercato sono in mano a qualcuno. Chi replica l’indice ottiene il rendimento dell’indice.

Ne consegue che anche l’insieme di chi non lo replica, cioè la totalità dei gestori attivi, deve ottenere quello stesso rendimento al lordo dei costi. La media dei gestori attivi non può battere il mercato, perché la media dei gestori attivi è il mercato. Ogni euro guadagnato sopra l’indice da un gestore è un euro perso da un altro.

Dove finiscono i soldi delle commissioni

Se al lordo dei costi il gioco è a somma zero, al netto diventa a somma negativa. Un fondo azionario attivo costa in genere tra l’1,5% e il 2% l’anno tra commissioni di gestione e oneri accessori. Un Etf sullo stesso mercato si ferma spesso sotto lo 0,25 per cento.

La differenza è la soglia che il gestore deve superare ogni anno solo per pareggiare l’indice. Su orizzonti lunghi l’effetto si compone, e un punto percentuale l’anno per vent’anni erode una quota rilevante del capitale finale.

Active share e tracking error, i due numeri da guardare

Non tutti i fondi attivi sono attivi allo stesso modo. L’active share misura quanta parte del portafoglio si discosta dalla composizione dell’indice. Sotto il 60% si entra nel territorio dei closet indexer, fondi che replicano il benchmark facendosi però pagare come se lo battessero.

Il tracking error indica invece quanto il rendimento del fondo oscilla rispetto a quello di riferimento. Un prodotto con active share bassa, tracking error basso e commissioni alte è il caso peggiore: paga il prezzo della gestione attiva senza offrirne il potenziale.

Le nicchie dove la gestione attiva ha ancora un vantaggio

Il quadro cambia dove l’informazione circola peggio. Nelle small cap, nei mercati di frontiera, nel debito emergente in valuta locale e in alcuni segmenti del credito la ricerca fondamentale ha uno spazio che sui grandi indici americani non ha più.

Restano poi i confronti storici da leggere con cautela. Le classifiche dei fondi migliori a dieci anni escludono per definizione quelli chiusi o fusi lungo il percorso, che sono in genere i peggiori. È il survivorship bias, e gonfia sistematicamente le medie della gestione attiva.

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