Obbligazioni Primo piano

Agenzie di rating, come nasce la «lettera» che stabilisce il prezzo del debito

La lettera A in rosso, simbolo del giudizio di rating

Come lavorano le agenzie di rating, che cosa separa l’investment grade dall’alto rendimento e quali effetti concreti ha il passaggio da una categoria all’altra

Il rating è un giudizio sulla probabilità che un debitore rimborsi quanto dovuto alle scadenze concordate. Non è una valutazione della qualità dell’azienda né un consiglio su quanto valga la sua azione: misura una sola cosa, la capacità di ripagare il debito.

Il campo è dominato da tre operatori globali, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, affiancati da realtà specializzate come Morningstar Dbrs e Scope. Le scale non coincidono nella notazione ma sono allineate nella sostanza, e il mercato le legge come equivalenti.

La scala, e il gradino che conta più di tutti

I giudizi vanno dalla tripla A, riservata agli emittenti considerati più solidi, alla D, che segnala l’inadempimento già avvenuto. Fra i due estremi si collocano una ventina di gradini, distinti dalle lettere e da segni o numeri che ne indicano la posizione all’interno di ciascuna classe.

Il passaggio decisivo è uno solo, ed è la linea che separa BBB- e BB+ secondo la classificazione di S&P. Sopra si trova l’investment grade (IG), sotto l’alto rendimento, che il mercato chiama con il nome tecnico di high yield (HY) e, quando vuole essere meno diplomatico, obbligazioni spazzatura. Tutti gli altri scalini modificano il rendimento richiesto; questo modifica la platea di chi può comprare.

Molti investitori istituzionali, infatti, hanno mandati che vietano di detenere titoli sotto l’investment grade, e numerosi indici obbligazionari escludono dal paniere chi scende sotto la soglia IG. Una retrocessione può quindi obbligare alla vendita soggetti che non avrebbero alcuna intenzione di vendere, con un effetto sui prezzi che va oltre il merito di credito effettivo.

Rating, outlook e trend non dicono la stessa cosa

Accanto al giudizio compare sempre un’indicazione di direzione, che le agenzie chiamano outlook oppure trend. Segnala l’orientamento prevedibile nei successivi dodici o ventiquattro mesi e può essere positivo, stabile o negativo.

Non è una previsione vincolante. Un outlook positivo indica che esistono le condizioni per una promozione, non che la promozione arriverà. Esiste poi un terzo livello, la messa sotto osservazione, riservata ai casi in cui un evento specifico, per esempio una fusione annunciata, impone una revisione in tempi brevi.

Le agenzie di rating possono muoversi senza che l’emittente abbia fatto nulla

È l’aspetto che più spiazza chi legge i comunicati, e un caso di settembre 2026 lo illustra con chiarezza. Morningstar Dbrs ha alzato il giudizio di lungo termine di Intesa Sanpaolo da A (low) ad A, con trend stabile. Non perché la banca avesse pubblicato conti migliori in quei giorni, ma perché l’agenzia aveva aggiornato la metodologia con cui valuta gli istituti di credito.

La nuova metodologia consente alle banche che operano in un’unione monetaria di essere valutate al di sopra del proprio Stato di appartenenza, quando i fondamentali autonomi lo giustificano. Fino a quel momento valeva il principio del tetto sovrano, per cui nessun emittente poteva superare il giudizio del Paese in cui ha sede, sul presupposto che una crisi dello Stato travolgerebbe comunque le imprese nazionali.

Nel motivare la promozione l’agenzia ha citato la diversificazione fra banca commerciale, gestione del risparmio, assicurazioni e corporate banking, un rapporto costi-ricavi al 35,9% nel primo semestre e un’incidenza dei crediti deteriorati lordi all’1,8 per cento. Elementi già presenti in bilancio, che soltanto la nuova metodologia ha permesso di tradurre in un gradino in più.

Perché un gradino si vede sul conto corrente di chi non ne sa nulla

Il rating determina il costo al quale un emittente si finanzia. Un giudizio più alto riduce il rendimento che gli investitori pretendono per comprarne le obbligazioni, e quel risparmio si riflette a valle sul costo del credito che quello stesso soggetto eroga.

Vale per le banche e vale per gli Stati, dove la catena è ancora più diretta: il rating sovrano condiziona il rendimento dei titoli di Stato, che a sua volta è il riferimento per i mutui e per il debito delle imprese nazionali.

Va ricordato, infine, un aspetto strutturale del settore. Nel modello prevalente è l’emittente a pagare l’agenzia perché lo valuti, uno schema che dopo il 2008 ha attirato critiche severe sul piano del conflitto di interessi. La regolamentazione europea introdotta negli anni successivi ha imposto obblighi di trasparenza sulle metodologie e sulla rotazione degli analisti, senza però modificare l’impianto di fondo.

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