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Etf sull’oro, 211 tonnellate in tre mesi

Lingotti d’oro

Gli Etf sull’oro hanno assorbito 211 tonnellate nel terzo trimestre, mentre lingotti e monete arretrano del 19%: i dati del World Gold Council

Gli Etf sull’oro sono tornati a comprare: 211 tonnellate nel terzo trimestre, dopo i deflussi dei tre mesi precedenti. Nello stesso periodo lingotti e monete hanno perso il 19% su base annua, con il prezzo medio salito a 4.262 dollari l’oncia.

È la fotografia scattata dal Gold Demand Trends del World Gold Council, l’associazione che riunisce i principali produttori del metallo e che ogni trimestre censisce domanda e offerta. Dietro i numeri c’è un cambio di protagonisti che riguarda da vicino chi ha l’oro in portafoglio, o sta pensando di mettercelo.

Che cosa dicono i dati sugli Etf sull’oro

La domanda complessiva del trimestre, compreso il mercato Otc, si è fermata a 1.369 tonnellate, in calo dell’1% rispetto a un anno prima. Da inizio anno siamo a 3.881 tonnellate, praticamente il livello record del 2025. Ma il valore in dollari di quelle tonnellate, 566 miliardi, è il più alto mai registrato.

Il ritorno degli afflussi negli Etf è la novità principale. Nel secondo trimestre i fondi quotati avevano registrato riscatti; tra luglio e settembre hanno incamerato 211 tonnellate, spinti secondo il World Gold Council dai timori sulla sostenibilità dei conti pubblici e sull’inflazione.

Domanda di oro, terzo trimestre 2026TonnellateVariazione annua
Domanda totale (incluso Otc)1.369-1%
Investimento479-14%
di cui lingotti e monete268-19%
Banche centrali321+42%
Gioielleria313-17%
Produzione mineraria1.071+3%
Riciclo314-8%
Fonte: World Gold Council, Gold Demand Trends terzo trimestre 2026

Perché lingotti e monete arretrano

Il prezzo è l’ostacolo. La media trimestrale della quotazione Lbma del pomeriggio è stata di 4.262 dollari l’oncia, il 23% in più rispetto a un anno prima e la terza media trimestrale più alta di sempre. A quei livelli il risparmiatore che compra fisico ci pensa due volte, e infatti lingotti e monete scendono a 268 tonnellate.

Stesso effetto, amplificato, sulla gioielleria: 313 tonnellate, il 17% in meno e il terzo trimestre più debole della serie storica. In valore, però, la spesa è salita del 2%, a 43 miliardi. Si compra meno oro, si spende di più.

Il prezzo medio del trimestre è stato di 4.262 dollari l’oncia, il 23% in più su base annua

Le banche centrali continuano a comprare

Mentre le famiglie frenano, gli istituti centrali accelerano: 321 tonnellate nel trimestre, il 42% in più rispetto a un anno fa, sopra la media dei trimestri recenti. Da gennaio gli acquisti ufficiali sono 675 tonnellate, in crescita del 6%.

È la gamba della domanda che negli ultimi anni ha tenuto in piedi il prezzo, e che per un risparmiatore conta più di quanto sembri: le riserve delle banche centrali si muovono lentamente e raramente tornano sul mercato. Sul fronte opposto, l’offerta ha risposto con una produzione mineraria record per un terzo trimestre, 1.071 tonnellate, mentre il riciclo è calato dell’8%.

Le strade per avere l’oro in portafoglio

Per chi parte da zero le opzioni sono sostanzialmente tre, con costi e rischi diversi. Il fisico, lingotti e monete, richiede custodia e sconta uno spread tra acquisto e vendita; gli strumenti quotati replicano il prezzo con commissioni annue contenute e si comprano come un’azione; le società aurifere offrono un’esposizione indiretta e più volatile, perché al prezzo del metallo aggiungono il rischio industriale dell’azienda.

Proprio su quest’ultima strada si concentra l’attenzione dei gestori specializzati, ora che i margini dei produttori sono vicini ai massimi. «Agli attuali livelli di prezzo, molti dei produttori che abbiamo incontrato hanno bilanci solidi, piani di investimento finanziati dai flussi di cassa generati internamente e margini vicini a livelli record», osserva Imaru Casanova, portfolio manager oro e metalli preziosi di VanEck.

Il rovescio della medaglia è la selezione. Con i prezzi attuali tornano sul mercato anche progetti minerari che a quotazioni più basse non sarebbero stati sostenibili, e il numero di società aumenta insieme alle differenze di qualità. Per Casanova i criteri restano la capacità del management di rispettare i piani e il Paese in cui si estrae, due variabili che spiegano buona parte delle differenze di rendimento tra un titolo e l’altro.

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