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Etf terre rare, il primo senza società cinesi

Miniera a cielo aperto per l’estrazione di materie prime critiche

Il primo Etf sulle terre rare che esclude le società cinesi arriva sulle Borse europee: nel 2024 Pechino ha raffinato il 91% del materiale destinato ai magneti permanenti

Chi vuole esporsi alle terre rare restando fuori dalla Cina ha ora a disposizione uno strumento quotato in Europa. Sulle principali Borse del Vecchio Continente è arrivato lo Sprott Rare Earths Ex-China Ucits Etf (ticker Rexc), il primo Etf sulle terre rare che dal paniere esclude per regolamento ogni società cinese. Il prodotto nasce dalla collaborazione tra Sprott Asset Management e Hanetf, piattaforma white label indipendente di Etf ed Etc.

Che cosa entra nel paniere

L’indice di riferimento è il Nasdaq Sprott Rare Earths Ex-China. Dentro finiscono le società attive nell’estrazione, nella separazione, nella raffinazione e nella produzione di terre rare. L’approccio è pure play: entrano soltanto le aziende che ricavano da queste attività la maggior parte del fatturato o degli asset, con una soglia fissata al 50 per cento.

L’esclusione della Cina non si limita alla sede legale. Restano fuori sia le società domiciliate nel Paese sia i titoli classificati come China A-Shares, B-Shares, H-Shares, N-Shares, Red Chips, P Chips o S Chips. Il paniere viene ribilanciato ogni trimestre e ricostituito ogni sei mesi.

Le terre rare sono 17 elementi metallici le cui proprietà magnetiche, ottiche e chimiche le rendono difficili da sostituire. Finiscono nei magneti permanenti dei veicoli elettrici, nelle turbine eoliche, nei sistemi di difesa, nei data center e nelle infrastrutture di comunicazione. Non sono rare nella crosta terrestre: rari sono i giacimenti sfruttabili a costi sostenibili, perché la separazione è tecnicamente complessa e consuma molta energia.

Quanto pesa davvero la Cina

I numeri spiegano perché un paniere ex-Cina abbia un senso. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), nel 2024 la Cina ha rappresentato il 91% della produzione mondiale raffinata di terre rare destinate ai magneti e il 94% della produzione di magneti permanenti sinterizzati. A questa concentrazione si sono aggiunti i controlli di Pechino sulle esportazioni, che hanno trasformato una questione industriale in un problema di sicurezza nazionale per i Paesi occidentali.

La risposta dei governi non si è fermata agli accordi di fornitura. Nel luglio 2025 MP Materials ha firmato con il governo statunitense un contratto decennale che fissa un prezzo minimo di 110 dollari al chilogrammo per i prodotti a base di neodimio-praseodimio, i mattoni dei magneti permanenti. Meccanismi di questo tipo danno alle aziende del settore una visibilità sui ricavi che prima non avevano.

«Le terre rare si trovano al crocevia tra sicurezza nazionale, sicurezza energetica e leadership tecnologica – spiega John Ciampaglia, chief executive officer di Sprott Asset Management -. Mentre i governi dei mercati sviluppati si muovono per rafforzare le filiere al di fuori della Cina, riteniamo che le società attive lungo la catena del valore ex-Cina siano posizionate in modo strategico».

Perché il tema si muove adesso

Il lancio intercetta una domanda che sale su più fronti insieme. Elettrificazione, rinnovabili, accumulo in batterie e infrastrutture digitali consumano molte più materie prime dei sistemi che stanno sostituendo. Il rame serve nella generazione e nella trasmissione, litio e nichel stanno alla base delle batterie, le terre rare sono decisive per auto elettriche, turbine eoliche e semiconduttori.

Sul fronte opposto l’offerta resta bloccata. «L’offerta di minerali critici fatica a tenere il passo della domanda», osserva Rosa Leo, associate equity investment specialist di Aberdeen Investments, che indica tre cause: anni di sottoinvestimenti, procedure autorizzative sempre più complesse e un calo del tenore dei minerali estratti. Aprire una nuova miniera costa molto e richiede anni, quindi lo squilibrio tra domanda e offerta difficilmente si chiuderà in fretta.

I rischi da mettere in conto

Un paniere pure play concentrato su poche società minerarie non è uno strumento difensivo. La volatilità dei titoli del settore è alta, i progetti estrattivi possono slittare o saltare, e il prezzo delle terre rare resta esposto alle decisioni politiche di Pechino, che finora ha mostrato di saper usare l’arma delle esportazioni. Un Etf di questo tipo va quindi trattato come un satellite del portafoglio, non come una base.

Rexc è il sesto prodotto Sprott quotato sulla piattaforma Hanetf. La gamma nel suo insieme ha raggiunto 646,9 milioni di dollari di masse in gestione al 18 settembre 2026, accanto alle strategie già dedicate a uranio, rame e argento.

Per approfondire

Terre rare, che cosa sono e in che modo entrano in un portafoglio

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