Gestione passiva

Etf tematici, chi decide quali società entrano nel paniere

Cubi con le lettere Etf appoggiati su banconote in euro

Come nasce un Etf tematico, con quali filtri l’indice sceglie le società che ne fanno parte e perché la concentrazione è il vero prezzo da pagare

Un Etf tematico non compra un settore e nemmeno un Paese: compra un’idea di futuro e la traduce in un elenco di società. Il punto delicato sta proprio lì, perché stabilire quali aziende appartengano davvero a un tema è una scelta discrezionale che il prodotto presenta poi come regola automatica.

La questione non è teorica. Ad agosto 2026, i flussi netti sugli Etf tematici europei si sono attestati a 1,03 miliardi di dollari, con intelligenza artificiale, smart grid, blockchain, robotica e cybersecurity ai primi cinque posti, secondo l’analisi di Ark Invest Europe sui prodotti Ucits. Da inizio anno la raccolta sale a 13,86 miliardi. Dietro ciascuna di quelle etichette c’è un regolamento di un indice che nessuno legge e che decide tutto.

Dove finisce il settore e dove comincia il tema

La classificazione settoriale tradizionale assegna ogni società a una casella in base all’attività prevalente. Un produttore di cavi elettrici sta nell’industria, una utility nelle utility, un produttore di semiconduttori nella tecnologia. Il criterio è stabile e verificabile, ma taglia in due qualunque fenomeno che attraversi più settori.

Il tema nasce per ricucire quel taglio. Un indice sulle smart grid mette insieme il produttore di cavi, l’utility che rifà la rete e la società di software che gestisce i flussi di energia, perché tutte e tre partecipano allo stesso processo economico. Il vantaggio è evidente, il costo pure: la coerenza del paniere non è più garantita da una classificazione condivisa ma dalla definizione che il fornitore dell’indice ha scelto di adottare.

Etf tematici, il filtro sui ricavi che decide chi entra

Lo strumento con cui si passa dall’idea all’elenco si chiama soglia di esposizione al tema, ed è quasi sempre una percentuale di fatturato. L’indice stabilisce che, per entrare, una società debba ricavare almeno una certa quota del proprio giro d’affari dalle attività riconducibili al tema.

La soglia cambia tutto. Fissata al 50% seleziona pochi nomi, spesso di dimensione contenuta, molto esposti al tema e altrettanto volatili. Fissata al 10% lascia entrare i grandi gruppi diversificati, che portano stabilità e liquidità ma diluiscono il tema fino a renderlo quasi irriconoscibile. Il medesimo tema, con due soglie diverse, produce due prodotti che possono avere rendimenti molto distanti tra loro.

Un secondo filtro riguarda la verifica del dato. I bilanci non espongono una voce «ricavi da intelligenza artificiale», e la stima della quota tematica viene ricostruita dal fornitore dell’indice sulla base delle informazioni societarie disponibili. È un lavoro di interpretazione, che due fornitori possono svolgere arrivando a conclusioni diverse sulla stessa azienda.

La concentrazione è una conseguenza, non un difetto

Un indice azionario globale contiene oltre 1.500 titoli. Un indice tematico ne contiene tipicamente fra 30 e 80, perché le società che superano la soglia di esposizione sono poche per definizione. Ne deriva che i primi dieci nomi pesano spesso oltre la metà del paniere, una proporzione che in un indice ampio non si vedrebbe mai.

Il caso della blockchain, che nell’ultimo mese ha raccolto 146 milioni di dollari su masse complessive di 2,3 miliardi, mostra un secondo effetto della dimensione ridotta: su un tema piccolo un flusso in entrata o in uscita si traduce in una quota rilevante del patrimonio, e quindi in movimenti di prezzo più ampi di quelli che lo stesso importo provocherebbe altrove. Vale in salita e vale in discesa. Il metaverso ha perso 11 milioni, una cifra minima in assoluto ma pari a circa il 9 per cento delle masse del tema.

Che cosa succede quando un tema smette di funzionare

Un indice tematico si ribilancia di norma una o due volte l’anno. In quell’occasione escono le società scese sotto la soglia di ricavi ed entrano quelle che l’hanno superata, con una rotazione che può essere molto più ampia di quella di un indice tradizionale.

Il meccanismo ha una conseguenza: chi resta investito su un Etf tematico per anni non possiede le stesse società che aveva comprato all’inizio, e talvolta nemmeno lo stesso perimetro. La rotazione osservata nel 2026 dagli Etf sul clima e l’ambiente, che hanno perso 225 milioni di dollari, verso sotto-temi più circoscritti come le reti elettriche è la versione macroscopica dello stesso fenomeno.

Resta un ultimo elemento, che riguarda i costi. Le commissioni di gestione degli Etf tematici si collocano di regola fra lo 0,4 e lo 0,7% annuo, contro lo 0,1-0,2% di un Etf su un indice globale. La differenza remunera il lavoro di costruzione e manutenzione dell’indice, e va confrontata con il rendimento atteso prima di decidere quanto spazio assegnare al tema in portafoglio.

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