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Obbligazioni, i gestori tagliano le scadenze lunghe

Un orologio accanto a una pila di monete, a richiamare le scadenze brevi delle obbligazioni

Le obbligazioni brevi tornano in cima alle preferenze di Ubs, Julius Baer, Aberdeen e Rbc Bluebay: i mercati scontano più rialzi di quanti ne arriveranno davvero

Le obbligazioni brevi sono il punto su cui quattro grandi case di gestione si sono ritrovate d’accordo nelle ultime sedute. Rendimenti di partenza vicini ai massimi di lungo periodo e un mercato che prezza una stretta più dura di quella che le banche centrali realizzeranno: è lì che si concentra il valore, mentre sul tratto lungo il premio richiesto può ancora salire.

Perché piacciono le obbligazioni brevi

Il ragionamento parte da un’asimmetria. I rendimenti sono alti, i mercati hanno già incorporato nei prezzi una sequenza di rialzi che, secondo i gestori, non si realizzerà per intero. Se quelle aspettative si ridimensionano, chi compra oggi incassa cedole generose e, in più, un guadagno in conto capitale.

Mark Haefele, chief investment officer di Ubs Global Wealth Management, considera eccessivamente restrittiva la stretta che il mercato attribuisce alla Federal Reserve. Nella sua lettura i rendimenti di partenza elevati offrono una protezione in termini di reddito, mentre le obbligazioni di qualità restituiscono al portafoglio diversificazione e stabilità. Per chi punta soprattutto alla cedola, l’indicazione è di concentrarsi sulle scadenze brevi, così da ridurre il rischio legato alla duration.

Dalla stessa parte si colloca Mark Dowding, fixed income chief investment officer di Rbc Bluebay Asset Management: «Continuiamo a ritenere che i mercati abbiano scontato troppi rialzi della Fed per il prossimo anno e manteniamo un approccio costruttivo sul tratto a breve della curva dei rendimenti».

Il nodo delle scadenze lunghe

Sul tratto lungo il tono cambia. «Siamo stati più cauti sulle obbligazioni a più lunga scadenza – spiega Dowding -. Riteniamo che la crescita vertiginosa del debito pubblico e societario a cui stiamo assistendo negli Stati Uniti, e a livello globale, possa indurre i mercati a richiedere premi a termine più elevati». Con curve piatte su entrambe le sponde dell’Atlantico, la conseguenza è una scommessa sull’irripidimento.

Anche Aberdeen Investments ha alleggerito. Nella House View del quarto trimestre il segnale sui titoli di Stato globali scende da +2 a +1, pur restando positivo: su un orizzonte di 12-18 mesi la società si attende ancora un rendimento in eccesso positivo, grazie al progressivo ridimensionamento delle attese di rialzo. Nel breve, però, le pressioni in vendita possono proseguire.

Paul Diggle, chief economist di Aberdeen Investments, mette in fila i rischi estremi. Un peggioramento del quadro geopolitico spingerebbe il petrolio oltre i 120 dollari al barile e produrrebbe uno shock stagflazionistico capace di far scendere insieme azioni e obbligazioni.

Aberdeen ha ridotto il segnale sui titoli di Stato globali da +2 a +1, ma si aspetta comunque un rendimento in eccesso positivo nei prossimi 12-18 mesi

La diversificazione che è tornata a funzionare

Resta l’obiezione più scomoda, e la affronta Julius Baer. Quest’anno la correlazione fra azioni e obbligazioni è tornata positiva, e nel 2022 i titoli di Stato non avevano protetto nessuno: nei primi dieci mesi di quell’anno l’indice azionario americano perse oltre il 25% dal picco al minimo, mentre i Treasury decennali arretrarono di oltre il 16 per cento.

Afonso Borges, fixed income research di Julius Baer, sostiene che quella relazione dipende dalla natura dello shock. Una correzione innescata dall’intelligenza artificiale somiglierebbe a un classico shock negativo della domanda: meno investimenti delle imprese, consumi in frenata, pressioni sui prezzi in allentamento. In episodi di questo tipo i Treasury hanno storicamente protetto i portafogli. La conclusione è operativa: «In questo contesto, raccomandiamo un sovrappeso sulla duration nel segmento delle scadenze intermedie».

Che cosa cambia per un risparmiatore

La traduzione pratica è una scelta di scadenze, prima ancora che di emittenti. Il valore che i gestori individuano sta nel tratto fra i due e i cinque anni, dove la cedola è alta e l’oscillazione del prezzo resta contenuta. Oltre i dieci anni la stessa cedola arriva con una volatilità molto superiore, e il premio che il mercato chiede per prestare a lungo può ancora allargarsi.

C’è poi il tema della qualità. Tutte e quattro le case parlano di obbligazioni di alta qualità, non di rendimenti costruiti sul rischio di credito. In un portafoglio il compito di questa componente è attutire i colpi dell’azionario, non aggiungerne.

Il modo per arrivarci cambia a seconda delle abitudini: titoli di Stato e obbligazioni societarie comprati singolarmente, fondi obbligazionari, Etf con duration corta. Il punto comune è un altro, e vale per tutti. Oggi incassare una cedola interessante non obbliga a spostarsi sulla parte lunga della curva.

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