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Conto deposito, quanto resta davvero in tasca dopo le tasse

Risparmio e conto deposito

Il rendimento scritto in pubblicità è sempre lordo. Quello che conta è un altro numero

Un conto deposito che promette il 3% lordo non ti lascia il 3 per cento. Fra imposta sugli interessi e bollo sul saldo, il rendimento reale scende di circa un terzo. È il calcolo che quasi nessuna pubblicità fa al posto tuo, ed è l’unico che serve per capire se l’offerta conviene davvero.

Ad agosto 2026 le rilevazioni dei comparatori indicano rendimenti lordi fra il 2% e il 3,75% sulle scadenze vincolate, con punte promozionali attorno al 4% legate però all’apertura contestuale di un conto corrente. Numeri che tornano interessanti dopo anni di magra. Vale la pena capire cosa ci si porta a casa.

Conto deposito vincolato o libero: la scelta che pesa

Il conto deposito libero ti lascia prelevare quando vuoi e paga meno. Quello vincolato blocca la somma per una durata stabilita, sei mesi, un anno, tre anni, e in cambio riconosce un tasso più alto. Più lungo è il vincolo, più sale il rendimento.

La domanda vera non è quale renda di più, ma fra quanto ti servono quei soldi. Vincolare a 36 mesi una somma che potrebbe servirti a marzo è un errore che si paga: molti contratti prevedono lo svincolo anticipato, ma restituendoti solo il capitale e azzerando gli interessi maturati. Altri lo vietano del tutto. La clausola sullo svincolo è la prima cosa da leggere, prima ancora del tasso.

Le due imposte

Sugli interessi si applica una ritenuta del 26%, la stessa che colpisce la maggior parte delle rendite finanziarie. Se ne occupa la banca, che ti accredita l’importo già netto: non devi dichiarare nulla.

Poi c’è l’imposta di bollo, lo 0,2% annuo calcolato sulla giacenza. Non è una tassa sul guadagno ma sul capitale, e questo cambia tutto: la paghi anche se il rendimento è modesto, e incide in proporzione fissa. Su alcune promozioni la banca se ne fa carico, ma è una concessione commerciale, non la regola.

Il conto su 20mila euro

Prendiamo 20mila euro vincolati per dodici mesi al 3% lordo. Gli interessi lordi sono 600 euro. La ritenuta del 26% ne porta via 156, lasciandone 444. L’imposta di bollo sui 20mila euro pesa altri 40 euro. In tasca restano 404 euro.

Il rendimento netto effettivo è quindi il 2,02%, contro il 3% dell’annuncio. Un terzo abbondante del guadagno se ne va per strada. E il conto non è finito: se in quei dodici mesi l’inflazione corre al 2%, il potere d’acquisto di quei 20mila euro resta praticamente fermo.

A cosa serve, allora

A questo punto la tentazione è concludere che non convenga. Sarebbe una lettura sbagliata: un conto deposito non è uno strumento per far crescere il patrimonio, è un posto dove parcheggiare denaro che ti serve intatto entro un orizzonte breve. Il fondo di emergenza, l’anticipo per la casa, le tasse da versare a giugno.

Per quel mestiere fa esattamente il suo lavoro: capitale nominale garantito, nessuna oscillazione, e i depositi coperti dal fondo di garanzia fino a 100mila euro per intestatario. Chiedergli di battere l’inflazione nel lungo periodo significa usare l’attrezzo sbagliato.

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