Pillole di finanza

Opa, tra volontaria e obbligatiora ecco come funziona

Opa mercati

Quando arriva un’Opa il piccolo azionista ha una scelta da fare, e il tempo per farla è limitato. Un’Opa è un’offerta pubblica di acquisto: qualcuno si impegna a comprare le azioni di una società quotata a un prezzo prefissato, entro una finestra di tempo definita. Se hai quelle azioni in portafoglio ti arriva una comunicazione dalla banca e devi decidere se vendere o restare. Non è una decisione simmetrica, perché chi resta può ritrovarsi con titoli che non si scambiano più in Borsa. Vale la pena capire il meccanismo prima di trovarselo davanti.

Volontaria e obbligatoria

L’Opa volontaria la lancia chi vuole: un imprenditore, un fondo, un concorrente che punta a prendere il controllo. Sceglie il prezzo, sceglie quante azioni vuole e può porre condizioni, per esempio rinunciare a tutto se non raggiunge una certa soglia. Quella obbligatoria invece è imposta dalla legge. Chi supera il 30% del capitale di una società quotata deve comprare anche le azioni degli altri azionisti. La logica è di tutela: se cambia il padrone, chi è entrato con il vecchio assetto deve poter uscire senza subire il cambiamento.

Il prezzo e la riapertura dei termini

Nell’Opa obbligatoria il prezzo non è libero, ma deve essere almeno pari al più alto pagato dall’offerente per acquistare quelle azioni nei dodici mesi precedenti. In quella volontaria lo decide chi offre, ma se il prezzo è troppo basso nessuno aderisce e l’operazione fallisce. Se al termine del periodo di adesione l’offerente non ha raccolto abbastanza titoli, può scattare la riapertura dei termini: una finestra aggiuntiva di cinque giorni di Borsa aperta, pensata per chi ci ha ripensato.

Le tre soglie che contano

Superato il 90% del capitale, l’offerente ha l’obbligo di comprare le azioni di chi glielo chiede, il cosiddetto sell out. Chi non ha aderito in tempo ha quindi una seconda possibilità di uscita. Oltre il 95% scatta il diritto di acquisto, lo squeeze out: l’offerente può comprarsi le azioni residue anche contro la volontà di chi le detiene. Non è un abuso ma una necessità pratica, perché una società con lo 0,3% di flottante non ha senso che resti quotata. Sotto queste soglie, invece, l’offerente può comunque chiedere il delisting, cioè la revoca dalla quotazione. Ed è lo scenario più scomodo per chi è rimasto: le azioni restano tue, ma per venderle devi trovare un compratore privato, senza un mercato che faccia il prezzo.

Commenta

Articoli correlati

Target price, che cosa dice e che cosa non dice il giudizio di un analista

Enzo Facchi

Valuta rifugio, che cosa rende una moneta un porto sicuro

Andrea Dragoni

Basket bond, quando più imprese si presentano insieme sul mercato

Gabriele Petrucciani
UA-69141584-2